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Una storia da Bilìris Billerio

La battaglia del ballo

Nel 1958 una benedizione negata trasformò l’inaugurazione della Sala in una dichiarazione di indipendenza.

4 minuti · Fonti: pagine 145–149
Fotografia della Serata della friulanità del 1960 nella Sala di Billerio
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Una sala laica, aperta a tutti

Fin dall’inizio la nuova associazione si definisce apolitica e aconfessionale. La formula non è un dettaglio burocratico: garantisce che la Sala, pur nata in un paese attraversato da divisioni forti, appartenga a chiunque abbia contribuito a costruirla.

Il ballo entra persino tra gli scopi dello statuto, insieme a cultura, istruzione, cooperazione e feste popolari. Proprio quel divertimento, però, diventa il simbolo della distanza tra la Pro Billerio e il parroco Don Egidio, che lo considera un segno di lassismo morale.

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Il veto alla vigilia della festa

All’inizio del 1958 tutto è pronto per l’inaugurazione: festa dell’emigrante, conferenze, omaggi, discorsi, bicchierata e, in chiusura, trattenimento danzante. Il Vicario provinciale pone però una condizione alla benedizione della bandiera: il ballo deve sparire dal programma.

La comunicazione arriva quando la festa è già organizzata. Il professor Giovanni Revelant, anima dell’associazione, difende il ballo come il meritato svago di persone che hanno donato tempo e fatica. Il paese respinge il compromesso: il 9 febbraio inaugura civilmente bandiera e Sala. E il ballo si fa.

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Un rito che continua

La contesa non finisce quella sera. Per anni il copione si ripete durante le feste di Santo Stefano e Capodanno: serata danzante, lettera di biasimo del parroco, discussione in assemblea e risposta del presidente.

Intanto la Sala si riempie di concerti, cori, teatro, prestigiatori e Serate della friulanità. Quella disputa, oggi quasi sorridente, racconta una cosa seria: il diritto di una comunità a scegliere il proprio modo di stare insieme.

La benedizione fu negata. La festa restò, e con lei il ballo.